novembre 19 2004
Di serpi marine e passeggiate amare d'amore
Era caldo quel sole
rovesciato nel suo peggior lato,
inclinato per ustionare.
Agro era il suo color di frutto
impreparato il mio corpo da ragazza.
Teneramente inerme alle sventure.
Mi si propose come un'onda
diamante puro brillava di sé
mille abissi pronti a celare.
Morbido il suo suono celeste
guizzò nell'immenso il mio corpo da ragazza,
ingenuamente cullata dal mare.
Svenni infinite volte nel fustigante
ricordo che l'onda suggeriva,
consumai l'anima facendomi sfiorare
dai venti, mordere dai gabbiani
rifugiarmi fra gli scogli e mai,
mai il sole smise di fissarmi.
Quiete notti di calma salina
professavano amore a chi le passeggiava,
io il mare arrabbiavo per urla e lamenti
punivo sottraendo persone e mai nessuna, mai
era il suo profumo. Di notte le sirene
frinivano di un'amara malinconia.
L'onda mi condusse un mattino
al margine del mio cuore che
confinava con quello del mare,
lì scorsi la vitamagagna e il suo intrigo.
Svelato era il mistero di tanto accanimento,
il silenzio, il tormento, la vulnerabilità oltre la musica.
Le persone umani derelitti d'incostanza emozionale,
il corpo di una gemella sventrata,
l'eco dell'onda che non si ripete ma,
semplicemente urta un ostacolo trasparente,
come l'aria..Avevo sbagliato prospettiva.
Dal basso la luna e il sole coincidono in un puntino..
Mi tenni al fondo con tutto il mio peso,
oltre l'abisso i miei dolori erano vinti,
oltre il rumore il silenzio è risacca, incanto, allucinazione.
Mi spinsi forte e nell'attrito lasciai l'angoscia.
Aprii il tappo e rovesciai la bottiglia:
urtai il sole e brindai al mare.
Francesca Cammarota
novembre 12 2004
Sibila
Puntuale il treno passava, con un tempo che non torna più...Sibila restava immobile, ascoltava il vento che il treno portava con se, ascoltava e sentiva sbatterlo in faccia, sulle mani che tendeva ai lati del corpo, apriva le dita per lasciarlo fluire e soffiava sul cuore.
Aveva un nome semplice quel turbamento invocato, era il cambiamento e chiudendo gli occhi con dolcezza cercava d'immaginarlo, pochi istanti e il treno curvava in nuova vita, Sibila sorrideva vergognandosi delle sue manie fanciullesche poi riprendeva a camminare...
Gli sguardi dei viaggiatori dispersi in stazione le si impigliavano addosso come gli ami di un pescatore incastrati fra gli scogli, fastidiosi e accidentali. Rispondeva fiera, scavando nel marcio per distanziarli, il buono tanto non l'avrebbero capito e forse, l'avrebbero sfruttato.
Era immaginazione pura quell'angelo decaduto, era in perenne corsa, cercava la realtà, una realtà che riuscisse a non disgustarla, non trovandola la figurava fra le nuvole: nei contrasti giocosi del sole, in terra: sui sassi di una strada che fingeva fosse il tappeto del mare..altro che asfalto e cartaccie di squallori all'arrembaggio!!! Stelle comete i suoi pensieri e lei più di ieri si sapeva distante..
Mashima
